Taiwan: un progetto pubblico per la narrazione della pandemia. Intervista al Prof. Lin Wenyuan.

文/Silvia Salese (psychologist in Italy)

本文以義大利文書寫,刊載於作者個人網站,英文翻譯請見:”Taiwan: A Public Project for the Narration of the Pandemic: Interview With Prof. LinWenyuan“,2020/9/17更新。

Taiwan: 23,7 milioni di abitanti, 488 casi, ad oggi 7 decessi per Covid-19. [1] Un Paese dove davvero “è andato tutto bene”. Ma non è questo l’argomento di questo articolo né l’interesse che lo ha ispirato. Protagonista di questa analisi è un elemento di per sé essenziale al tessuto sociale, nonché a volte sottovalutato: la narrazione.

Ormai è noto che i dati relativi ai contagi da Covid-19 affermano che a livello clinico l’ondata epidemica che ha raggiunto il suo picco a metà marzo e che si è ormai esaurita [2]. È impossibile prevedere se nel prossimo autunno-inverno ve ne sarà una seconda; tuttavia, anche se questo dovesse verificarsi, è verosimile che le conoscenze relative al virus e i protocolli di cura già elaborati la renderebbero molto meno minacciosa e assai più agevolmente gestibile – anche a livello territoriale – della prima.

Posto dunque che l’emergenza è ormai stata superata, in alcuni paesi è sorta spontanea la necessità di effettuare un’analisi retrospettiva obiettiva e il più possibile partecipata di quanto accaduto. Taiwan è uno di questi. Tale analisi sarebbe quanto mai necessaria per noi in Italia, dove l’informazione ufficiale ha fornito dati e notizie spesso contraddittorie e non opportunamente contestualizzate, e i criteri decisionali che si sono voluti seguire non sono stati chiaramente enunciati all’opinione pubblica.

Un’analisi narrativa coerente e condivisa, dovrebbe non solo prendere in considerazione in un’ottica interdisciplinare i vari ambiti specialistici coinvolti (per es. quello istituzionale, quello della comunicazione, quello medico, psicologico, economico ecc.), ma anche dar voce alle esperienze personali e di gruppo maturate in un periodo tanto intenso e critico della nostra storia, e creare le condizioni perché il vissuto possa essere comunicato e poi lentamente rielaborato fino a trasformarsi in memoria collettiva, ovvero in quel patrimonio condiviso di ricordi su cui una comunità locale o nazionale fonda la propria storia e quindi la propria identità.

Questo avrebbe dei risvolti importanti anche nel campo della salute psicofisica individuale, dove la narrazione gioca un ruolo fondamentale: il senso di coerenza tra i fatti avvenuti e i significati tratti dall’esperienza, meglio se condivisa, è parte integrante della letteratura dedicata alla salutogenesi, ovvero lo studio dei fattori che determinano la salute. Secondo tale approccio infatti, e secondo l’ampia letteratura in ambito psicologico, medico e sociologico in materia, i significati che noi diamo alla nostra esistenza e agli accadimenti di vita contribuiscono grandemente al mantenimento (o meno) della nostra salute. [3]

Alcuni paesi hanno già avviato dunque dei programmi ufficiali per analizzare e discutere pubblicamente il periodo dell’emergenza Covid, e l’esempio di Tiwan ci è sembrato sotto molti aspetti degno di essere presentato al pubblico italiano.

Consideriamo che Taiwan è di fatto esclusa dall’OMS per via dell’opposizione della Cina Popolare. [4] Questo ha fatto sì che nel contesto dell’ondata pandemica essa potesse e dovesse muoversi in modo del tutto autonomo, al di fuori dalle raccomandazioni e dai protocolli dell’OMS, ed elaborasse una propria strategia, fondata su analisi oggettive ma allo stesso tempo radicata nel proprio specifico contesto socio-culturale [5].

La gestione taiwanese – che non è ricorsa al lockdown né a restrizioni delle libertà personali – è stata estremamente efficace, dove due fattori sono risultati decisivi:

  1. un monitoraggio costante sull’evoluzione della situazione nella Cina continentale
  2. l’esperienza maturata nel corso dell’emergenza SARS del 2003, che ha portato all’istituzione del Center for Disease Control e all’elaborazione di procedure operative standard da applicare in caso di emergenze sanitarie. 

In questo articolo, scritto con Giacomo Baggio, ci siamo occupati del progetto di documentazione post-emergenziale che è stato adottato da Taiwan. Grazie alla conoscenza del cinese e della cultura taiwanese, Giacomo Baggio ha posto delle domande al Prof. Lin Wenyuan 林文源, del Center for General Education della National Tsing-Hua University, il quale ci ha risposto con grande puntualità e disponibilità.

Riteniamo che questo progetto sia un esempio per tutti, perché ci insegna come anche gli eventi imprevisti e sconvolgenti possano rappresentare per un paese un’occasione per rilanciare il dialogo sociale e il confronto democratico. Ci ricorda anche che la risoluzione di problemi complessi non può avvenire all’interno della normale routine del lavoro scientifico condotto da esperti ma necessita dell’attiva partecipazione di tutte le parti coinvolte.

Da questo punto di vista, si potrebbe affermare che prima ancora che della risoluzione dei problemi, un governo democratico dovrebbe preoccuparsi di mettere a punto sistemi e metodi efficaci per coinvolgere prima nel dibattito e poi nei processi decisionali tutti gli strati della popolazione. Ecco dunque che Taiwan sembra indurci a ritrovare il sapore della filosofia e della pratica antica, dove la consapevolezza, i significati, la cooperazione e il metodo creano l’esperienza, vero pilastro per muoversi verso il futuro.

L’Italia può vantare sia a livello locale che nazionale una fitta rete di gruppi e associazioni che si fanno portavoce delle varie istanze della società civile. Si tratta di un inestimabile patrimonio di esperienze e di conoscenza dei territori, della loro storia, dei loro delicati equilibri e delle loro problematiche. Purtroppo finora questi non sono stati coinvolti; siamo convinti che se lo fossero il nostro paese non solo troverebbe soluzioni più efficaci all’attuale crisi, ma potrebbe – in un momento in cui la fiducia nella politica ha raggiunto i minimi storici – inaugurare una nuova stagione di collaborazione sociale a tutti i livelli e di massima partecipazione democratica. Il sentirsi parte di una comunità solidale che decide autonomamente il proprio destino costituirebbe anche la più alta garanzia di salvaguardia della salute psicofisica e della capacità di resilienza individuale e sociale di fronte alle avversità.    

  1. Fonte: https://news.google.com/covid19/map?hl=it&mid=%2Fm%2F06f32&gl=IT&ceid=IT%3Ait
  2. Si vedano i dati cumulativi della Sorveglianza integrata COVID-19 in Italia curati da EpiCentro ISS (L’epidemiologia per la sanità pubblica – Istituto Superiore di Sanità): https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/sars-cov-2-dashboard
  3. I significati e l’ordine che essi stabiliscono nel nostro sistema psicologico, venne definito “senso di coerenza” da Aaron Antonovsky – considerato il padre della salutogenesi. Come primo riferimento in merito, si veda A. Antonovsky, Health, stress and coping, San Francisco, Jossey-Bass, 1979.
  4. Come è noto, la Cina Popolare considera Taiwan come suo territorio.
  5. Ad es., il sostrato culturale confuciano con la sua enfasi sulle esigenze della comunità rispetto a quelle individuali ha giocato sotto questo aspetto un ruolo importante. 

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